Cristiani crocifissi in Siria, l’orrore della guerra e il pretesto della religione

L’orrore della guerra e la bestialità degli uomini. In falso nome della religione. Succede in Siria, in Birmania, in Nigeria, nella Repubblica Centrafricana, in India. Persone che uccidono altre persone. In tanti casi propri connazionali. Magari vicini di casa. Di questo si tratta: persone che uccidono altre persone. Perché di religione diversa o semplicemente perché in guerra l’uomo si trasforma in bestia e commette atrocità inimmaginabili. Non scrivo per fare la conta delle vittime: se siano stati più i cristiani crocifissi in Siria o i musulmani bruciati vivi in Birmania. Se negli scontri in India a pagare il prezzo più alto siano stati gli induisti o i musulmani. Il punto è un altro: la religione usata come pretesto. Uccidere, torturare, in nome di Dio. Eppure i precetti dicono tutt’altro. “Non tradite, non ingannate, non infierite e non mutilate. Non uccidete i bambini, le donne e gli anziani. Non tagliate gli alberi e non uccidete gli animali. Non abbattete gli edifici di culto. Se trovate un popolo in preghiera lasciateli alla loro preghiera”, queste sono le regole d’ingaggio dettate dal califfo Abu Bakr, uno dei successori del profeta Mohammed.
I massacri che vengono perpetrati per mano di estremisti in guerra non possono e non devono rappresentare un’intera religione. Io non devo essere giudicato per ciò che commette un assassino semplicemente perché sostiene di difendere la mia religione. Né tanto meno la mia religione deve essere marchiata attraverso le atrocità commesse da chi è in guerra. Io non ne faccio parte. E se proprio vi è la necessità di dare un giudizio su un credo allora che venga fatto su basi corrette: un Paese lacerato da anni di rivolte e conflitti interni non può essere il riferimento per discutere sull’Islam. Un po’ come fece il giornalista de La Stampa Domenico Quirico dopo i 152 giorni di prigionia: “È la storia di due cristiani nel mondo di Maometto e del confronto di due diverse fedi: la mia fede semplice, che è darsi, è amore, e la loro fede che è rito”, scrisse poche ore dopo essere stato liberato. Invito il caro Quirico a trascorrere qualche giorno in Marocco per farsi un’idea più sana di quello che è la mia fede.

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