Caro Salvini, ti racconto il mio primo giorno di scuola da straniero

Non ne volevo scrivere nulla. Un po’ perché qualcosa avevo già raccontato. Un po’ perché non mi piace essere pesante. Ma ho letto le dichiarazioni di Matteo Salvini che chiede un limite degli alunni stranieri nelle classi. Allora sento il dovere di raccontare il mio primo giorno di scuola in Italia. Sono sedici anni esatti. Ero arrivato in provincia di Rimini da un paio di settimane. In Italiano sapevo a malapena rispondere al “come ti chiami” e dire grazie. Mio padre ci ha tenuto particolarmente a insegnarmi, ancora prima di come chiedere, come ringraziare. E “grazie” è tuttora la parola più utilizzata nel mio vocabolario. Torniamo a scuola. Alla Ferrarin, mi hanno inserito in quarta. Credo la sezione A, se non ricordo male. Ero naturalmente l’unico straniero. Mi sentivo fuori dal mondo. Non avevo idea di cosa stesse succedendo e di cosa stessero parlando gli altri. All’inizio della prima lezione la maestra Elisabetta ha speso qualche minuto per me. Ha parlato ai miei compagni di me, chiedendo loro di avere pazienza e cercare di aiutarmi finché non avrei imparato l’italiano. Piano piano ce l’avrei fatta. Sosteneva lei. Io avevo qualche dubbio. I miei compagni lo hanno fatto. Chi più chi meno, mi hanno sostenuto. Nicholas, quello al banco alla mia destra, si è persino messo a scambiare qualche parola con me durante la ricreazione. Rispondevo sì e no, alternando a caso. Sono passati sedici anni e Nicholas è uno dei miei migliori amici. Abbiamo fatto insieme anche medie e superiori. Condiviso amicizie e passioni. Ci siamo arricchiti a vicenda. Quando ci siamo conosciuti comunicavamo con i gesti, ora ci bastano gli sguardi.

Mi piacerebbe che ogni alunno straniero, tra l’altro molti lo sono solo per la legge, avesse la possibilità che ho avuto io. Quella di essere integrato tra e con gli amici.

Nella foto: io e Nicholas.

brahim nicholas

 

 

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