L’eterno scontro tra sunniti e sciiti

L’Arabia Saudita ha interrotto ieri sera ogni rapporto diplomatico con l’Iran. I rappresentanti dello stato sciita nella capitale sunnita hanno quarantotto ore di tempo per lasciare il paese. L’ultima crisi tra le due principali potenze del mondo islamico è scattata con l’esecuzione di 47 persone, condannate dai tribunali dell’Arabia Saudita per terrorismo, tra cui l’uomo di spicco per la minoranza sciita Nimr Al Nimr. Da Taheran non sono mancate le accuse e le minacce di gravi ritorsioni. Alcuni manifestanti hanno assaltato l’ambasciata saudita nella capitale iraniana. Da qui la decisione di Riyad di interrompere ogni relazione diplomatica in quanto accusa lo Stato sciita di appoggiare apertamente i terroristi e di non aver fornito la protezione necessaria alla sua delegazione.

Uno scontro, quello tra sunniti e sciiti, che dura da quattordici secoli. La prima spaccatura è avvenuta subito dopo la morte di Mohamed, nel 632. Da una parte la maggioranza, composta da sunniti (ossia i seguaci della tradizione del messaggero, la sunna) che ha scelto Abu Bakr, uno dei fedeli compagni di Mohamed, come primo califfo. Dall’altra, gli sciiti, che prendono il nome proprio da Scia’t Alì (il partito di Alì) che avrebbero voluto quest’ultimo come guida del mondo islamico. In particolare perché cugino e genero di Mohamed e quindi, secondo loro, unico successore di diritto. Da qui le divergenze che si sono fatte sempre più aspre quando anche dopo Abu Bakr sono stati nominati altri califfi: Omar e Othman. Alì è il quarto califfo (guida politica) per i sunniti e primo imam (guida politica e religiosa) per gli sciiti.

La secessione diviene ufficiale con l’assassinio di Al Husayn, figlio e successore designato di Alì, avvenuto a Kerbela in Iraq. Al Husayn avrebbe dovuto essere il secondo degli dodici imam di Ahl Al Bayt, la famiglia del profeta. Per la dottrina sciita solo questi soddisfano infatti i requisiti per essere delle guide, politiche e spirituali, dei musulmani. In quanto considerati infallibili. Questo è uno dei principali elementi di diverbio tra sunniti e sciiti.

I seguaci di Alì sono sempre stati una minoranza, spesso oppressa, del mondo arabo. L’unico Paese ufficialmente e totalmente sciita è la repubblica islamica dell’Iran nata con la rivoluzione del 1979. Dopo Saddam anche l’Iraq è pressoché in mano alle autorità sciite. Vale anche per la Siria guidata dalla famiglia Alauita di Assad, pur avendo una popolazione a maggioranza sunnita. Nell’elenco anche il Libano, con gli Hezbollah, il Bahrein (a maggioranza sciita ma guidato da una famiglia filo-saudita) e lo Yemen con gli Yazidi, in guerra da diverso tempo con Riyad.

Le tensioni in Arabia Saudita tra il governo e la minoranza filo-iraniana (circa il dieci per cento della popolazione, presente in particolare nella parte orientale del paese) sono sempre state altissime. Nell’anno della rivoluzione guidata dall’ayatollah Khomeini del 1979, un tentativo di rivoluzione è scattato anche in Arabia Saudita. La minoranza sciita ha portato avanti scontri con le forze di polizia per cinque giorni, dal 25 al 29 novembre. Il bilancio è stato di venti morti, oltre cento feriti e seicento arresti. Dieci anni dopo, durante il pellegrinaggio, altri scontri tra iraniani e polizia hanno causato la morte di 402 persone.

La guerra continua. Il ministro degli Esteri saudita, Adel Al Jubeir, annunciando l’interruzione dei rapporti diplomatici ha dichiarato: “L’Iran ha perso la guerra nello Yemen, nell’Iraq e non potrà salvare il regime di Assad in Siria”.

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